Cibersicurezza su vasta scala, come la Ue riorganizza la difesa

La nuova politica per la cibersicurezza dell'Unione Europea Attacchi informatici sempre più mirati e su vasta scala hanno spinto l’Ue ha…

Blockchain e Pubblica Amministrazione

Su agendadigitale.eu è stato pubblicato il mio articolo su "Blockchain e PA: i casi d'uso a vantaggio di trasparenza e…

Blockchain, i tre approcci per governarla

Anche su Agendadigitale.eu è stato ripreso l'articolo sull'intervento sulla blockchain tenuto in occasione del ForumPA 2017. Il titolo sintetizza gli approcci…

Intervento a ForumPA2017 sulla governance della blockchain

Vi segnalo il testo del mio intervento sulla governance della blockchain e sulle sue possibili applicazioni nella pubblica amministrazione italiana che…

Spid, per la sicurezza bisogna cambiare il sistema di riconoscimento

In merito alle recenti vicende relative alla presunta falla nel sistema di riconoscimento per il rilascio di un'identità digitale SPID…

«
»

Accertamento giudiziario della validità probatoria dei documenti informatici

E’ interessante esaminare l’efficacia dei documenti informatici in caso di controversia giudiziaria. Spesso, infatti, il carattere eccessivamente innovativo degli stessi può dissuadere un’impresa dal loro utilizzo, nel timore che, in caso di contenzioso, l’autorità giudiziaria non sia pronta tecnologicamente a recepire i documenti informatici all’interno dei processi, o comunque il loro utilizzo e produzione in giudizio in realtà aggravi eccessivamente l’iter processuale.

Se quindi da un punto di vista strettamente normativo il documento informatico è oramai compiutamente disciplinato, sia negli aspetti di creazione, trasmissione ed archiviazione sia in ordine alla valenza probatoria dello stesso, la difficile situazione della giustizia in Italia, e soprattutto, la carenza di mezzi e strumenti tecnologici che ad oggi si riscontra in taluni tribunali, potrebbe dissuadere l’operatore economico dall’inserire all’interno dei propri processi aziendali tali nuovi strumenti, in vista delle ipotetiche difficoltà che incontrerebbe in sede giudiziale per valere i propri diritti qualora la documentazione sia basata unicamente su supporto informatico.

Tale timore e remora appare tuttavia a parere di chi scrive privo di fondamento. Ed infatti, non bisogna sottovalutare che il sistema giudiziario italiano da tempo sta attuando gli opportuni accorgimenti per avviare il cd. processo telematico, ossia la dematerializzazione dei flussi documentali inerenti alle procedure giudiziarie.

Orbene, nell’ambito della disciplina del processo civile telematico è previsto che tutti gli atti, tanto di parte quanto del giudice, siano informatizzati, così come devono essere informatizzati tutti i documenti prodotti nel fascicolo di causa. L’art. 4, co. 1, del D.P.R. n. 123/2001 prevede espressamente che i provvedimenti e gli atti del processo possono essere compiuti come documenti informatici sottoscritti con firma digitale. Le cancellerie, inoltre, dovranno sempre provvedere a trasformare il fascicolo cartaceo in fascicolo informatico ed a procedere all’operazione inversa qualora una parte trasmetta il fascicolo in forma telematica. Ai sensi dell’art. 9 del citato decreto, la parte che procede all’iscrizione a ruolo o alla costituzione in giudizio per via telematica trasmette con il medesimo mezzo i documenti probatori come documenti informatici o le copie informatiche dei documenti probatori su supporto cartaceo. Inoltre, gli atti e documenti da offrire in comunicazione dopo la costituzione in giudizio possono essere prodotti sia per via telematica sia con deposito in cancelleria di un supporto informatico. La nuova normativa si pone quale obiettivo quello di digitalizzare tutti i documenti che attengono al processo, compreso il verbale di udienza, che l’art. 5 stabilisce venga redatto come documento informatico e sottoscritto con firma digitale da chi presiede l’udienza e dal cancelliere. Anche nel caso in cui sia necessario sottoscrive dichiarazioni, delle parti o dei testimoni, è previsto che tale sottoscrizione venga apposta con firma digitale.

Senza voler ripercorrere in questa sede l’intera disciplina del processo civile telematico, già da tali richiami appare evidente che il documento informatico e la firma digitale ne costituiscono i due pilastri fondamentali [1] della dematerializzazione dei flussi documentali all’interno del processo, e, pertanto, si tratta di strumenti che l’amministrazione della giustizia deve comunque conoscere ed utilizzare.

Ciò vale anche per la posta elettronica certificata. Il D.L. 25 giugno 2008, n. 112, convertito con modificazioni dalla L. 6 agosto 2008, n. 133 stabilisce che le comunicazioni e notificazioni di cui agli artt. 170 e 192 c.p.c. sono effettuate per via telematica all’indirizzo di posta elettronica certificata di cui all’art. 16 del D.L. n. 185/2008, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 2/2009. Identico regime prevede tale decreto per le comunicazioni da effettuarsi ai sensi della cd. legge fallimentare, nonché per quelle a persona diversa dall’imputato a norma degli artt. 148, co. 2-bis, 149, 150, 151, co. 2, del codice penale. L’introduzione della possibilità di effettuare le comunicazioni del processo a mezzo posta elettronica deriva dalla legge 14 maggio 2005, n. 80, la quale aveva modificato gli artt. 133, 170, 176, 183, 250 e 366 c.p.c., introducendo la possibilità di comunicare con le parti costituite a «mezzo di posta elettronica nel rispetto della normativa, anche regolamentare, concernente la sottoscrizione, la trasmissione e la ricezione dei documenti informatici». Tale locuzione lasciava aperta la possibilità di individuare anche strumenti diversi dalla posta elettronica certificata, rinviando alla normativa tecnica, anche regolamentare, che disciplina la trasmissione della documentazione per via telematica.

Il D.L. 29.12.2009, n. 193, convertito con L. 22.02.2010, n. 24, ha poi inserito nel codice di procedura civile l’art. 149-bis consentendo, in assenza di un divieto espresso di legge, all’ufficiale giudiziario di effettuare la notificazione a mezzo posta elettronica certificata, anche previa estrazione di copia informatica del documento cartaceo.

Successivamente, con l’art. 25 della L. 12 novembre 2011, n. 183 (c.d. «Legge di stabilità 2012»), per tutti i riferimenti alla trasmissione nel processo civile dei documenti a mezzo posta elettronica, è stato specificato che debba trattarsi di una posta elettronica certificata, individuando in tale strumento il mezzo principale di trasmissione per il processo civile telematico degli atti e documenti.

Secondo i dati pubblicati dal Ministero della Giustizia, al mese di aprile 2012 «i sistemi di gestione dei registri (per la cognizione e le esecuzioni) e l’infrastruttura telematica – disciplinata dal D.M. 21 febbraio 2011 n. 44 – sono installati nel 100% degli uffici giudiziari di 1°e 2°grado. Dal 1°giugno 2009, data di avvio del primo Tribunale (Milano), sono state inviate oltre 3.500.000 comunicazioni telematiche a valore legale da 130 uffici giudiziari (pari ad oltre il 68% degli uffici giudiziari destinatari, cioè uffici circondariali e distrettuali di area civile); nel solo mese di marzo 2012 ne sono state consegnate oltre 530.000, con un risparmio per i soli costi di notifica stimato in euro 3.700.000; la proiezione per il 2012 è di euro 40.000.000. Gli avvocati dotati di indirizzo telematico (PEC) sono passati dai 46.000 di novembre 2011 ai 150.000 attuali.

Al momento sono attivi 52 uffici nei quali sono stati depositati oltre 210.000 atti a valore legale; il 60 % dei decreti ingiuntivi è emesso in modalità telematica; presso il tribunale di Milano, attivo dal 2006, i tempi di emissione del decreto si sono abbassati da 45 a 6 giorni, con notevoli risparmi economici per i creditori».

La “telematizzazione” del processo civile, in base ai dati sopra riportati, sembra quindi oramai già ampliamente avviata, e, pertanto, le varie sedi giudiziarie devono confrontarsi quasi quotidianamente con i nuovi strumenti (documento informatico, firma digitale, posta elettronica certificata) che, in base alla normativa sul processo civile telematico, devono essere utilizzati da avvocati, giudici, cancellieri e periti.

Tali considerazioni devono portare a riflettere anche sulla “dimestichezza” che gli organi giudicanti hanno oramai acquisito di tali strumenti. Nel momento in cui una parte depositerà dei documenti formati con gli strumenti esaminati nel presente testo, che sono i medesimi strumenti che la normativa sul processo civile telematico prevede per la digitalizzazione dei flussi documentali, il giudice si troverà ad esaminare un oggetto che non è estraneo alla propria cultura lavorativa, con cui ha già ottenuto dimestichezza e che è in grado di valutare in base alla propria esperienza.

Ovviamente nel compimento di tale valutazione potrà essere supportato da appositi ausiliari, ad esempio nominando un consulente tecnico che, ai sensi dell’art. 61 c.p.c., lo supporti nel determinare le «caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità e immodificabilità» di un documento informatico (ex art. 20 C.A.D.) munito di firma elettronica semplice (art. 21, co. 1, del C.A.D.).

In presenza di un documento informatico sottoscritto con firma qualificata o firma digitale, il giudice dovrà comunque considerare lo stesso alla stregua di una scrittura privata ex art. 2702 c.c., nonché idoneo a soddisfare il requisito della forma scritta, salvo che la parte contro cui è prodotto non disconosca, ai sensi dell’art. 214 c.p.c., il documento stesso. In tale ipotesi, però, è stato già sottolineato che l’art. 21 del C.A.D. stabilisce una presunzione juris tantum, tale che non sarà la parte che ha prodotto il documento a dover avviare una procedura di verificazione della scrittura, ma è onere di chi disconosce provare l’utilizzo, non autorizzato, da parte di terzi del dispositivo di firma. Ciò significa che, in realtà, nel caso di documento informatico sottoscritto con firma qualificata o digitale la valutazione del giudice non sarà orientata a verificare le caratteristiche oggettive del documento, ma verterà sulla prova fattuale dell’utilizzo abusivo del dispositivo.

Nell’ulteriore ipotesi di documento informatico sottoscritto con firma elettronica avanzata, invece, non essendo prevista la presunzione juris tantum, potendo essere apposta tale tipologia di firma anche senza l’utilizzo di un dispositivo, in caso di disconoscimento si aprono diversi scenari a seconda della tecnologia utilizzata per la creazione della firma elettronica avanzata. Così nel caso di cd. «firma grafometrica», ossia di una firma elettronica avanzata basata sui dati biometrici ricollegati alla sottoscrizione autografa di un soggetto, qualora venga disconosciuta la firma, il giudice dovrà accertare, nel giudizio di verificazione, la rispondenza della stessa a quanto previsto nelle regole tecniche in fase di emanazione, e, quindi, la correttezza dei processi utilizzati per il rilascio ma anche la corrispondenza dello strumento alle caratteristiche oggettive richieste dalla normativa, nonché potrà procedere a delle scritture di comparazione, avvalendosi anche di strumenti tecnologiche che diano risalto al dato biometrico incorporato nella firma stessa. Per far ciò il giudice potrà nominare un apposito consulente tecnico d’ufficio che abbia le opportune conoscenze, e strumenti, in grado di accertare la corrispondenza o meno tra la firma apposta sul documento prodotto e quelle create ai sensi dell’art. 218 c.p.c.

Qualora, invece, la firma elettronica avanzata sia apposta tramite tecnologie non biometriche, come, ad esempio, delle firme apposte con tecnologie di crittografia a cui siano associati dei certificati non qualificati, l’indagine dovrà vertere sulle procedure che consentono l’apposizione della firma, ed, in particolare, sui meccanismi che il sistema di firma elettronica avanzata prevede ai fini della creazione della firma. Ed infatti, anche per la firma elettronica avanzata è previsto che l’apposizione avvenga «con mezzi sui quali il firmatario può conservare un controllo esclusivo». In tali ipotesi, quindi, pur potendo essere assente un dispositivo di firma vero e proprio, il firmatario non potrà disconoscere la firma apposta sul documento, la quale, essendo il risultato di una procedura informatica, in sede di verificazione darà sempre esiti positivi, ma dovrà necessariamente eccepire un utilizzo abusivo dei mezzi per la creazione della stessa [2]. Il disconoscimento, quindi, verterà su temi analoghi al caso di disconoscimento di firma qualificata o digitale. La recente modifica dell’art. 21, co. 2, del C.A.D., che limita la presunzione juris tantum di utilizzo del dispositivo solo per la firma qualificata o digitale, comporta, però, che l’onere probatorio circa l’utilizzo dei mezzi necessari per la creazione della firma ricade.e sul soggetto che intende avvalersi del documento firmato con firma elettronica avanzata. Si ritiene che tale soggetto avrà l’onere di provare la sicurezza tecnologica di tali mezzi, la sicurezza della procedura con cui i medesimi sono stati rilasciati al firmatario e l’effettivo utilizzo degli stessi per l’apposizione di quella firma elettronica avanzata (eventualmente producendo dei log di sistema). In presenza di tali prove, il firmatario sarà tenuto a fornire prova positiva dell’utilizzo abusivo, ed, in mancanza, il documento dovrà ritenersi riconosciuto, anche per il principio generale di affidamento incolpevole del soggetto che ha ricevuto il documento firmato con firma elettronica avanzata [3].

Note

[1] Vedi in tal senso A. Contaldo, M. Gorga, Il processo civile telematico, Giappichelli, Torino, 2012, p. 47 ss.

[2] Tali conclusioni sono identiche a quelle a cui perveniva la dottrina nel vigore dell’art. 5 del D.P.R. n. 513/1997. La norma, dettata per il documento informatico sottoscritto con firma digitale, prevedeva la validità dello stesso ex art. 2702 c.c. La dottrina, quindi, evidenziava l’inadeguatezza del procedimento di verificazione ex art. 216 c.p.c. applicato alla firma digitale, in considerazione del fatto che il procedimento tecnico di verificazione, concepito su scritture autografe di comparazione, appariva strutturalmente inadeguato. Per tali considerazioni Vedi G. Finocchiaro, La Firma Digitale, in Commentario del Codice Civile Scialoja – Branca, 2000, Zanichelli, Bologna, p. 68.

[3] Occorre infatti considerare che le norme tecniche in fase di pubblicazione prevedono che venga messo a  disposizione un servizio di revoca del consenso all’utilizzo della soluzione di firma elettronica avanzata. Il firmatario che, in presenza di una violazione degli strumenti che consentono l’apposizione della firma elettronica avanzata, non comunichi tale revoca, incorre in una responsabilità per il ragionevole affidamento posto dal ricevente del documento sulla validità della firma.